
Investire in modo sostenibile non significa fidarsi delle etichette “green”, ma applicare un’analisi critica per smascherare il marketing e individuare l’impatto reale.
- La presenza di compagnie petrolifere in un fondo ESG non è sempre sinonimo di greenwashing, ma può indicare una strategia di investimento nella transizione energetica.
- I rating ESG (Morningstar, MSCI) sono strumenti utili ma non una verità assoluta: le loro divergenze richiedono un’analisi approfondita e non una fiducia cieca.
Raccomandazione: Per i green bond, verifica sempre il documento “Use of Proceeds” per capire come verranno utilizzati concretamente i fondi, garantendo che il tuo capitale finanzi progetti con un impatto ambientale positivo e misurabile.
L’universo degli investimenti ESG (Environmental, Social, Governance) è esploso. Per un investitore attento all’etica, soprattutto Millennial o Gen Z, l’idea di far fruttare il proprio capitale senza finanziare industrie controverse come petrolio o armi è più di un’opzione: è un imperativo morale. Eppure, questa crescente domanda ha generato un effetto collaterale insidioso: il greenwashing. Le etichette “green”, “sostenibile” e “responsabile” spuntano ovunque, rendendo quasi impossibile capire dove finisce l’impatto reale e dove inizia il puro marketing. La tentazione è quella di affidarsi alle soluzioni apparentemente semplici: un bel nome “verde”, un buon punteggio su una piattaforma nota, e il gioco è fatto.
Ma cosa succede se questa fiducia viene mal riposta? E se la vera bussola per navigare questo complesso mercato non fosse l’etichetta, ma un approccio da analista? Se per investire in modo veramente etico fosse necessario imparare a pensare come uno scettico qualificato, armato di dati e di una sana diffidenza verso le promesse roboanti? Questo non è un esercizio di cinismo, ma di pragmatismo. Distinguere un investimento ad impatto autentico da una facciata di convenienza richiede strumenti e metodo. Significa andare oltre il nome del fondo per analizzarne le viscere, capire la logica dietro le sue scelte e verificare la destinazione finale di ogni euro investito.
Questo articolo non vi darà una lista di “fondi buoni”, ma qualcosa di molto più potente: un framework analitico per smascherare il greenwashing. Esploreremo insieme come leggere criticamente i rating, perché potreste trovare una compagnia petrolifera in un portafoglio “green”, come valutare la reale efficacia di un green bond e quando è il momento giusto per puntare su tecnologie del futuro come l’idrogeno. Passeremo dalla fiducia cieca alla verifica metodica, per costruire un portafoglio che non solo performi, ma che rifletta veramente i vostri valori.
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Per navigare con cognizione di causa nel mondo degli investimenti sostenibili, è essenziale comprendere le sfumature e le complessità che si celano dietro le etichette. La struttura di questo articolo è pensata per guidarvi passo dopo passo, fornendo gli strumenti analitici per ogni asset class.
Sommario: La tua guida per investire ESG senza cadere nel greenwashing
- Perché un fondo “Green” può contenere azioni di compagnie petrolifere in transizione?
- Come leggere il rating ESG di Morningstar per selezionare i migliori ETF Articolo 9?
- Investimenti ESG o tradizionali: quale ha performato meglio durante la crisi energetica?
- L’errore di sovraesporsi alle rinnovabili ignorando la ciclicità dei tassi di interesse
- Quando investire nell’idrogeno verde anticipando le future normative europee?
- Perché è fondamentale verificare il “Use of Proceeds” prima di acquistare un’obbligazione verde?
- Quando richiedere un “Mutuo Green” per ottenere uno sconto sullo spread grazie alla classe energetica A o B?
- Quali green bond governativi offrono il miglior rapporto rischio-rendimento per un portafoglio conservativo?
Perché un fondo “Green” può contenere azioni di compagnie petrolifere in transizione?
È il paradosso che lascia perplesso ogni investitore etico: scoprire che il proprio fondo “sostenibile” detiene azioni di giganti del settore Oil & Gas. Questo non è necessariamente un errore o un inganno, ma spesso il risultato di una precisa strategia di investimento nota come “best-in-class” o focalizzata sulla transizione. L’idea non è investire solo in aziende già “verdi”, ma anche in quelle che, all’interno di settori ad alto impatto, stanno compiendo i maggiori sforzi per decarbonizzare. Secondo una ricerca di Urgewald e Facing Finance, sono stati individuati 8,1 miliardi di euro investiti in TotalEnergies da fondi ESG, evidenziando quanto sia diffusa questa pratica.
Un caso emblematico è quello di Eni. Nonostante la sua attività principale, la società ha mantenuto un rating MSCI ‘A’ e uno status “Prime” da ISS ESG, posizionandosi tra le migliori del suo settore. Questo è dovuto ai suoi ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione e agli ingenti investimenti in energie rinnovabili e bioraffinerie. I gestori di fondi che includono Eni scommettono sulla sua capacità di trasformarsi e di guidare la transizione energetica dall’interno. Per l’investitore, questo significa dover fare una scelta strategica: privilegiare la “purezza” del portafoglio, escludendo a priori certi settori, o credere nella logica della transizione, supportando i leader del cambiamento anche nei settori più complessi.
La vigilanza resta però d’obbligo. La normativa europea SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) sta spingendo per una maggiore trasparenza. I fondi che si autodefiniscono “sostenibili” devono dimostrare che le loro partecipazioni, anche in settori controversi, contribuiscono attivamente a un obiettivo di sostenibilità e non rappresentano solo una scommessa finanziaria mascherata da buone intenzioni.
In definitiva, la presenza di un’azienda petrolifera non è un segnale automatico di greenwashing, ma un invito ad approfondire la strategia del fondo e la reale traiettoria di sostenibilità dell’azienda in portafoglio.
Come leggere il rating ESG di Morningstar per selezionare i migliori ETF Articolo 9?
I rating ESG, come quelli forniti da Morningstar, MSCI o Sustainalytics, sono il primo strumento che un investitore consulta per valutare la sostenibilità di un fondo o di un ETF. Tuttavia, considerarli come una verità assoluta è un errore da principiante. Il primo elemento da comprendere è la divergenza dei rating. Agenzie diverse utilizzano metodologie, ponderazioni e fonti di dati differenti, portando spesso a valutazioni discordanti per la stessa azienda. Uno studio sulle aziende italiane quotate ha evidenziato che proprio il diverso peso dato ai vari componenti (Weight component) spiega gran parte del disaccordo tra le agenzie.
Per un investitore, questo significa che un singolo rating non basta. È fondamentale confrontare le valutazioni di più provider per avere una visione più completa e sfumata. Un’azienda potrebbe avere un ottimo punteggio ambientale ma peccare sulla governance, e le diverse agenzie potrebbero pesare questi due aspetti in modo radicalmente diverso. Il confronto che segue mostra come le valutazioni possano variare per alcune delle principali aziende italiane.
| Azienda | MSCI Rating | Morningstar Sustainalytics | ISS ESG |
|---|---|---|---|
| Generali | AAA | Top 40 MIB ESG | B- Prime |
| BPER Banca | – | 14.9 (Low Risk) | C |
| Eni | A | Medium Risk | B- Prime |
Quando si selezionano ETF “Articolo 9” (i cosiddetti “dark green”, con un obiettivo di investimento sostenibile esplicito), l’analisi del rating diventa ancora più cruciale. Non fermatevi al punteggio generale del fondo (spesso rappresentato da globi o stelle). Scendete nel dettaglio: analizzate i rating delle principali partecipazioni. Un ETF potrebbe avere un buon rating complessivo, ma contenere alcune aziende con valutazioni mediocri che non sono in linea con i vostri valori. Utilizzate gli strumenti di screening delle piattaforme per filtrare i fondi non solo per rating complessivo, ma anche per esclusioni settoriali (armi, tabacco, combustibili fossili) e per la percentuale di aziende con rating elevati.

L’approccio corretto non è cercare il “miglior” ETF Articolo 9, ma quello la cui metodologia di rating e composizione del portafoglio sono più allineate alla vostra personale definizione di sostenibilità. Il rating è un punto di partenza, non di arrivo.
La vera due diligence inizia dove finisce il punteggio: nell’analisi qualitativa della strategia e nella coerenza tra ciò che il fondo dichiara e ciò che effettivamente detiene.
Investimenti ESG o tradizionali: quale ha performato meglio durante la crisi energetica?
La crisi energetica innescata nel 2022 ha messo a dura prova la narrativa secondo cui gli investimenti ESG offrono rendimenti superiori o più stabili. Con l’impennata dei prezzi del petrolio e del gas, i titoli del settore energetico tradizionale hanno sovraperformato, avvantaggiando i portafogli convenzionali e penalizzando molti fondi ESG “puri” che li escludevano. Questo ha portato molti a chiedersi: investire in modo sostenibile significa sacrificare il rendimento? La risposta, come spesso accade in finanza, è più complessa di un semplice sì o no e dipende fortemente dall’orizzonte temporale e dalla costruzione del portafoglio.
Gli investitori nel campo del risparmio gestito anche in Italia, prestano sempre maggiore attenzione ai fattori ESG
– Wall Street Italia, Analisi ESG e investimenti sostenibili
Sebbene nel breve periodo della crisi i fondi ESG focalizzati sulle rinnovabili abbiano sofferto, nel lungo periodo i fattori di sostenibilità rimangono driver di valore fondamentali. Aziende con una buona governance, un’attenzione alla gestione delle risorse e un buon rapporto con i dipendenti tendono a essere più resilienti e a gestire meglio i rischi. Inoltre, la crisi energetica ha accelerato la spinta politica verso l’indipendenza energetica tramite le rinnovabili, creando opportunità future per gli investimenti ESG. La chiave è stata la diversificazione e la strategia del fondo. I fondi ESG che adottavano un approccio “best-in-class”, includendo aziende energetiche in transizione, hanno sofferto meno di quelli basati su esclusioni totali.
È cruciale notare l’enorme esposizione che anche i fondi ESG avevano verso le aziende fossili. Dei 123 miliardi di euro investiti dai fondi ESG europei in queste aziende, ben 38 miliardi erano in fondi classificati come “ambiente, sostenibilità e impatto”, dimostrando come la linea di demarcazione non sia sempre così netta. Questo evidenzia che la performance durante la crisi non è stata una semplice dicotomia tra “ESG” e “tradizionale”, ma una complessa interazione di strategie di portafoglio diverse sotto l’ombrello della sostenibilità.
L’investitore saggio non dovrebbe abbandonare la strategia ESG a causa di una crisi ciclica, ma piuttosto ricalibrare il proprio portafoglio per assicurarsi che sia sufficientemente diversificato per resistere a shock di mercato di diversa natura, senza perdere di vista l’obiettivo di impatto a lungo termine.
L’errore di sovraesporsi alle rinnovabili ignorando la ciclicità dei tassi di interesse
Investire nelle energie rinnovabili sembra la scelta più ovvia e diretta per un portafoglio ESG. Il settore è in crescita esponenziale, sostenuto da politiche governative e da una domanda inarrestabile di energia pulita. In Italia, i dati sono eloquenti: nel 2024, le rinnovabili hanno coperto il 41,2% del fabbisogno elettrico nazionale, un record storico. Tuttavia, concentrare una parte eccessiva del proprio portafoglio su questo singolo settore, ignorando il contesto macroeconomico, può essere un errore costoso. Le aziende del settore delle rinnovabili, specialmente quelle impegnate in grandi progetti infrastrutturali (parchi eolici, impianti fotovoltaici), sono spesso caratterizzate da un elevato indebitamento.
Questo le rende particolarmente sensibili alle variazioni dei tassi di interesse. Quando i tassi salgono, il costo del debito aumenta, comprimendo i margini e rendendo più difficili nuovi investimenti. Il rialzo dei tassi da parte delle banche centrali tra il 2022 e il 2023 ha infatti pesato sulle performance di molti titoli legati alle energie pulite, nonostante i fondamentali del settore rimanessero solidi. I dati Terna sul sistema elettrico italiano confermano che, nonostante il contesto dei tassi, nel 2024 sono stati installati 7,5 GW di nuova capacità rinnovabile, un +29% rispetto al 2023, ma questo non si è sempre tradotto in performance azionarie positive.
L’investitore etico non deve quindi innamorarsi di un singolo tema, per quanto nobile. La soluzione, come sempre in finanza, è la diversificazione. Un portafoglio ESG robusto dovrebbe includere sì le rinnovabili, ma anche altri settori chiave della transizione ecologica come l’efficienza energetica, la mobilità sostenibile, l’economia circolare e la gestione delle risorse idriche. Questo permette di bilanciare i rischi specifici di ogni settore e di ridurre la sensibilità complessiva del portafoglio ai cicli dei tassi di interesse. La sovraesposizione è un rischio, anche quando si investe in una buona causa.
La lezione è chiara: la sostenibilità di un investimento non dipende solo dal suo impatto ambientale, ma anche dalla sua capacità di generare valore in modo stabile attraverso diversi contesti economici.
Quando investire nell’idrogeno verde anticipando le future normative europee?
L’idrogeno verde è considerato uno dei pilastri della decarbonizzazione futura, specialmente per i settori “hard-to-abate” come l’industria pesante e i trasporti a lunga percorrenza. Per un investitore con un orizzonte a lungo termine, posizionarsi su questo megatrend prima che diventi mainstream può offrire rendimenti significativi. Tuttavia, si tratta di un investimento ancora in fase embrionale e ad alto rischio. La domanda chiave non è “se” investire, ma “quando” e “come”. Il timing è tutto, e per azzeccarlo è necessario monitorare alcuni indicatori chiave, strettamente legati alle future normative europee e nazionali.
Il primo punto di riferimento è il quadro normativo. Il Documento di descrizione degli Scenari 2024 di Terna e Snam fissa per l’Italia un obiettivo di 0,72 Mtep di idrogeno verde al 2030, un target ambizioso che richiederà ingenti investimenti in infrastrutture e capacità produttiva. Gli investitori dovrebbero monitorare attentamente i progressi verso questo obiettivo e, soprattutto, i meccanismi di incentivazione che verranno messi in campo per stimolare la produzione e la domanda. L’idrogeno verde è competitivo solo quando il costo dell’elettricità da fonti rinnovabili è molto basso. Pertanto, un altro segnale da osservare è la frequenza con cui i prezzi dell’energia elettrica scendono a livelli tali da rendere economicamente vantaggiosa l’attivazione degli elettrolizzatori.
Investire oggi significa puntare su aziende che sviluppano la tecnologia degli elettrolizzatori, su utility che stanno integrando l’idrogeno nei loro piani di sviluppo o su fondi specializzati. È un investimento ad alta volatilità, adatto a una piccola parte di un portafoglio diversificato. Il vero punto di svolta arriverà quando la domanda industriale diventerà strutturale, spinta da normative più stringenti sulle emissioni. Tenere d’occhio i piani di decarbonizzazione delle grandi aziende siderurgiche, chimiche e della logistica può fornire un’indicazione preziosa su quando la domanda di idrogeno verde sta per decollare.
In sintesi, investire nell’idrogeno verde oggi è una scommessa sul futuro. Una scommessa che potrebbe ripagare ampiamente, a patto di entrare nel mercato con la giusta consapevolezza dei rischi e dei segnali che ne guideranno lo sviluppo.
Perché è fondamentale verificare il “Use of Proceeds” prima di acquistare un’obbligazione verde?
Le obbligazioni verdi, o green bond, sono strumenti di debito emessi da governi o aziende per finanziare specificamente progetti con un impatto ambientale positivo. Per l’investitore conservatore che cerca un reddito fisso e un impatto etico, sembrano la soluzione ideale. L’enorme successo del nuovo BTP Green 2037, che ha raccolto ordini per oltre 84 miliardi a fronte di 9 miliardi emessi, testimonia l’enorme appetito per questi strumenti. Tuttavia, il rischio di greenwashing è dietro l’angolo. Non basta che un’obbligazione sia etichettata come “verde”; è assolutamente cruciale verificare come verranno utilizzati i proventi della sua emissione.
Qui entra in gioco il concetto di “Use of Proceeds” (utilizzo dei proventi). Ogni emissione di green bond è accompagnata da un framework che descrive in dettaglio le categorie di progetti che verranno finanziati. Prima di acquistare, l’investitore deve analizzare questo documento per assicurarsi che i fondi siano destinati a progetti concreti e misurabili, come la costruzione di parchi eolici, l’efficientamento energetico degli edifici o lo sviluppo di trasporti pubblici a basse emissioni, e non a generiche spese operative o, peggio, al rifinanziamento di progetti controversi.
L’Italia, ad esempio, ha un track record trasparente su questo fronte. Grazie ai proventi dei BTP Green, sono stati investiti 13,9 miliardi di euro in progetti verdi fino al 2023, con una chiara allocazione tra sei categorie: energie rinnovabili, efficienza energetica, trasporti, lotta all’inquinamento, tutela della biodiversità e ricerca. Questa trasparenza, garantita da un monitoraggio ex-post, è la migliore assicurazione contro il greenwashing. Quando si valuta un green bond corporate, la due diligence deve essere ancora più stringente: l’emittente ha una chiara strategia di sostenibilità? I progetti finanziati sono allineati alla tassonomia europea? Esiste una certificazione da parte di un ente terzo (come la Climate Bonds Initiative)?
Ignorare questo passaggio significa affidarsi ciecamente al marketing, con il rischio di finanziare un’operazione di facciata invece di un reale cambiamento positivo.
Quando richiedere un “Mutuo Green” per ottenere uno sconto sullo spread grazie alla classe energetica A o B?
L’attenzione alla sostenibilità sta permeando anche il settore bancario e immobiliare, dando vita a prodotti specifici come il “Mutuo Green”. Si tratta di un finanziamento per l’acquisto o la ristrutturazione di un immobile che offre condizioni economiche più vantaggiose, tipicamente uno sconto sullo spread applicato al tasso di interesse, se l’immobile raggiunge un’elevata efficienza energetica. Questo strumento è diventato particolarmente rilevante con l’approvazione della direttiva europea sulle “Case Green”, che spinge verso la riqualificazione del patrimonio immobiliare del continente.
Il momento giusto per richiedere un Mutuo Green è quando si sta per compiere una delle seguenti operazioni:
- Acquisto di un immobile nuovo: Se si acquista una casa di nuova costruzione in classe energetica A o superiore, si hanno tutti i requisiti per accedere a queste offerte.
- Ristrutturazione importante: Se si pianifica una ristrutturazione che migliorerà significativamente la classe energetica dell’immobile, portandola ad esempio da una classe G a una classe B, molte banche offrono condizioni agevolate. Spesso è necessario presentare un progetto e l’Attestato di Prestazione Energetica (APE) pre e post intervento.
- Surroga di un mutuo esistente: Se si è già proprietari di un immobile ad alta efficienza energetica, è possibile valutare la surroga del proprio mutuo verso una banca che offre un’opzione “green” per beneficiare di uno spread più basso.
Lo sconto sullo spread può sembrare piccolo (spesso tra 0,10% e 0,20%), ma su un orizzonte di 20 o 30 anni, si traduce in un risparmio di diverse migliaia di euro. Per l’investitore etico, il vantaggio è duplice: un risparmio economico e la consapevolezza di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale del settore edilizio, uno dei più energivori. Il consiglio pratico è quello di confrontare attivamente le offerte delle diverse banche, chiedendo esplicitamente le condizioni riservate ai “Mutui Green” e presentando la documentazione che attesti la classe energetica dell’immobile.
Questa convergenza tra finanza e sostenibilità immobiliare rappresenta un’opportunità concreta per trasformare una spesa importante come il mutuo in una scelta responsabile e conveniente.
Da ricordare
- La presenza di aziende del settore Oil & Gas in un fondo ESG non è sempre greenwashing; può riflettere una strategia di investimento nella “logica di transizione” delle aziende più virtuose del settore.
- I rating ESG (Morningstar, MSCI) sono uno strumento di analisi, non una verità assoluta. La loro divergenza impone un confronto critico e un’analisi approfondita delle singole partecipazioni.
- Per i green bond, il nome non basta. L’elemento cruciale da verificare è il documento “Use of Proceeds”, che garantisce che il capitale sia effettivamente destinato a progetti con un impatto ambientale misurabile.
Quali green bond governativi offrono il miglior rapporto rischio-rendimento per un portafoglio conservativo?
Per un investitore con un profilo di rischio conservativo, i green bond governativi rappresentano un’opzione eccellente per coniugare sicurezza, reddito e impatto. Essendo emessi da Stati sovrani, offrono un grado di affidabilità superiore rispetto alle obbligazioni corporate. Il mercato è in piena espansione: secondo la Climate Bonds Initiative, a livello globale si prevedono 656 miliardi di dollari di emissioni nel 2024, con l’Europa che guida la crescita. All’interno di questa vasta offerta, come scegliere i titoli con il miglior rapporto rischio-rendimento?
La scelta dipende da tre fattori principali: l’affidabilità dell’emittente (rating sovrano), il rendimento offerto e la liquidità del titolo sul mercato secondario. I BTP Green italiani, ad esempio, sono diventati un punto di riferimento per gli investitori europei. Offrono un rendimento interessante rispetto ai Bund tedeschi, a fronte di un rischio percepito maggiore ma gestibile all’interno di un portafoglio diversificato. Anche istituzioni come la Banca d’Italia stanno integrando questi strumenti: a fine 2023, il 5,4% dei titoli di Stato nel suo portafoglio era costituito da green bond. Questo non solo ne valida la credibilità, ma contribuisce anche a garantirne la liquidità.
Per valutare concretamente un green bond governativo, è utile confrontare le diverse scadenze e i rendimenti netti, come mostrato nel seguente prospetto per alcuni BTP Green.
| Tipologia | Scadenza | Rendimento netto | Caratteristica principale |
|---|---|---|---|
| BTP Green 2035 | 2035 | 3,27% | Finanzia progetti verdi certificati |
| BTP Green 2045 | 30/04/2045 | Variabile | Primo green bond italiano |
| BTP Green 2046 | 30/04/2046 | 4,10% lordo | Cedola semestrale fissa |
Il tuo piano d’azione per analizzare un BTP Green
- Verifica del reddito: Assicurati che il titolo garantisca un reddito fisso tramite cedola, di norma pagata semestralmente, in linea con le tue esigenze di flusso di cassa.
- Controllo della liquidità: Controlla la negoziabilità del titolo sul mercato MOT (Mercato Obbligazionario Telematico), verificando che le operazioni siano possibili per tagli minimi accessibili (es. 1.000 euro).
- Analisi del “Use of Proceeds”: Esamina il framework di riferimento per capire quali categorie di spesa (fiscali, in conto capitale, correnti) sono finanziate dal bond.
- Monitoraggio del rendiconto: Consulta i report annuali del Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica (CITE) per verificare l’effettiva allocazione delle risorse ai progetti dichiarati.
- Confronto con i tradizionali: Compara il rendimento del BTP Green con quello di un BTP tradizionale di pari scadenza per valutare l’eventuale “greenium” (un rendimento leggermente inferiore a fronte dell’impatto).
Oltre all’Italia, altri paesi europei come Francia e Germania emettono regolarmente green bond con ottimi profili di rischio. Per un portafoglio conservativo, la strategia migliore è diversificare tra diversi emittenti sovrani, bilanciando titoli con rendimenti più elevati (e rischio maggiore) con quelli considerati più sicuri.
Ora avete gli strumenti per andare oltre il marketing. Il prossimo passo è applicare questo scetticismo analitico al vostro portafoglio per costruire un futuro finanziario che sia non solo redditizio, ma autenticamente sostenibile.
Domande frequenti su Green Bond e Investimenti Sostenibili
Cos’è il rischio di greenwashing nei green bond?
Il greenwashing è la pratica scorretta di chi presenta come sostenibili prodotti finanziari che in realtà non lo sono. Nel caso dei green bond, il rischio è che i fondi raccolti non vengano usati per progetti con un reale beneficio ambientale. Questo rischio è aggravato dal fatto che non esiste ancora un’unica definizione universale di “investimento verde”, anche se standard come la Tassonomia Europea e linee guida come i Green Bond Principles mirano a ridurre questa ambiguità.
Quali sono le alternative ai green bond?
Oltre ai green bond, esistono altri strumenti obbligazionari legati alla sostenibilità. I social bond finanziano progetti con impatto sociale positivo, come la costruzione di ospedali, l’edilizia popolare o il sostegno all’occupazione. I sustainability bond sono uno strumento ibrido che finanzia un mix di progetti sia ambientali sia sociali. Infine, i sustainability-linked bond non sono legati a progetti specifici, ma le loro caratteristiche finanziarie (es. la cedola) cambiano se l’emittente raggiunge o meno determinati obiettivi di sostenibilità generali.
Come si verifica l’uso dei fondi di un BTP Green?
Per i BTP Green italiani, la trasparenza è garantita da un meccanismo di monitoraggio e rendicontazione. Il Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica (CITE) ha il compito di vigilare sull’allocazione delle risorse. Ogni anno viene pubblicato un “Rapporto sull’utilizzo dei proventi e sull’impatto del BTP Green”, che permette di tracciare come le spese sono state allocate e di monitorare l’effettiva applicazione dei criteri di sostenibilità per tutta la vita del titolo.